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6.5.15

Sei più Vasco o Ligabue?


Sciocche chiacchiere tra amiche, forse, ma tutto sommato negli anni ne ho tratto spunti e riflessioni molto interessanti: c'è chi preferisce nettamente Vasco Rossi, e chi, invece, si sente molto più in sintonia con Ligabue. I divi, si sa, ci danno modo di scoprire da che tipo di personalità, comportamento ed espressione ci sentiamo più rappresentati, chi ci sembra amplifichi di più, e meglio, il nostro pensiero e modo di essere fondamentali, quindi in qualche modo ci consentono di conoscerci più a fondo, forse a volte attingendo a delle parti di noi stessi che non sapevamo di custodire dentro, o con cui non avevamo un grande rapporto.

È una questione di ego.

Chi, meglio di un divo, può mostrarci il nostro ego? In ambito spirituale, fin troppo spesso si sente parlare di ego in maniera del tutto negativa – di solito lo fa chi ne ha uno grosso e diversi disagi sul groppone, tra l'altro, e che per questo vuole annientare l'interlocutore, per occupare tutto lo spazio da solo; mentre invece l'ego ha un compito e una funzione preziosissimi: intessere giorno dopo giorno una tela, fatta di corporeità, stile, movenze, atteggiamenti e comportamenti, che sappia rappresentare e mettere in scena nel miglior modo possibile i vari personaggi che all'anima occorrono per poter portare il proprio messaggio nella società.
L'ego, in altre parole, è il carattere, la personalità, la maschera che indossiamo ogni giorno nel nostro esistere sociale, in tutti i mondi che nella quotidianità siamo soliti abitare. Una maschera non necessariamente nasconde e camuffa: può anche esprimere e comunicare, più o meno chiaramente, ciò che c'è sotto di essa. In tutti i casi, è la controparte dell'anima: da un lato la protegge e dall'altro la manifesta.
Spesso, purtroppo, questo compito e questa funzione dell'ego non vengono colti (o conosciuti) appieno; anche l'educazione, in questo senso, oggigiorno è ancora molto carente, non offrendo degli strumenti e degli scenari sufficienti, né sufficientemente efficaci, perché crescendo si possa far tranquillamente esperienza del proprio ego, consentendogli di svilupparsi con serenità e pienezza, divenendo conscio di sé, capace e progressivamente sempre più maturo.

Ego negativo ed ego positivo.

Non è una questione moralistica: sono il negativo e il positivo delle vecchie fotografie, l'uno che rivela le forme attraverso l'oscurità, l'altro che le palesa puntando su di loro un faro.
Vasco Rossi è il perfetto rappresentante dell'ego negativo, lunare, colui che attira l'attenzione su di sé mettendo in evidenza i propri limiti e problemi, le proprie ombre, chiedendo aiuto, supporto, riconoscimento e vicinanza, in qualche modo, brillando per umanità, intesa come il sentirsi a proprio agio anche nella fragilità, nella vulnerabilità e nell'errore.
Ligabue, dall'altra parte, incarna ad arte l'ego positivo, solare, cioè chi fa mostra di sé tramite la forza, l'entusiasmo, la passione, la gioia, il successo e la libertà, chi evidenzia il proprio splendore simile a un dio (o a una dea), comportandosi come se facesse parte di un Olimpo a cui, effettivamente, sente di appartenere.
Entrambi amano e soffrono, realizzano e sbagliano, possono risultare antipatici o simpatici; si tratta semplicemente di due modi di essere e di esprimersi, di due temperamenti di base. Ognuno di noi, in linea di massima, propende più verso l'uno o verso l'altro, ma può anche manifestare entrambi, all'occorrenza – un po' è natura, un po' è frutto di una scelta.

Ilaria Cusano


29.4.15

5 modi profondi e intelligenti di usare i selfie


Sul pianeta Terra, niente è bello/brutto, buono/cattivo, intelligente/stupido di per sé; tutto può far pendere più da una parte o dall'altra l'ago della bilancia, a seconda dell'intento e dell'atteggiamento del soggetto protagonista dell'azione. In base a questo principio (un vero e proprio salvavita, per me!), negli ultimi tempi mi sono ricreduta sul valore della frivolezza, del cazzeggio, dello shopping e, dulcis in fundo, dei selfie! Ma sì, sono così noiose quelle persone che mettono un'etichetta a prescindere – io mi diverto di più a trovare il lato bello, profondo e utile in ogni cosa e persona, perciò partiamo :-)

Prima di tutto, cos'è un selfie e perché o si ama o si odia?

Un selfie è un banalissimo autoscatto, realizzato con uno smartphone o con un tablet – una cosa che esiste da sempre, quindi, che in passato si chiamava autoritratto ed era un'abitudine molto aristocratica, artistica ed elevata, che successivamente ha ceduto il posto alla fotografia, e che oggi passa attraverso i dispositivi tecnologici più diffusi e utilizzati.
Da che mondo è mondo, quindi, (perché potremmo arrivare fino agli omini che scolpivano se stessi, danzanti, sulla roccia viva! O agli antichi Egizi) l'essere umano ha sentito ed espresso l'impulso naturale a vedersi da fuori, e a rappresentarsi tramite un supporto visuale che risultasse visibile anche agli altri – un'iscrizione, un dipinto, una fotografia, oggi un selfie.
É una pratica che può pendere di più dal lato del narcisismo e dell'autocompiacimento, o più da quello dell'introspezione e dell'autoconoscenza; nel primo caso, sarà amata dai vanitosi e odiata dai timidi, nel secondo viceversa. A ogni modo, l'atto in sé comprende entrambe le facce della medaglia.

Come sperimentare, quindi, il selfie, con consapevolezza e giovamento?

1) Osservandosi anche da dentro, oltre che da fuori. Va tutto bene, anche il narcisismo e la vanità – la legge non li vieta, grazie a dio :-D L'importante è trarre il massimo dell'ispirazione dal selfie stesso e raccogliere veramente l'invito che, profondamente, esso ci fa: quello di guardarci, e vederci, per chi siamo veramente. Renderci conto, attraverso l'occhio interiore e la sensibilità, di cosa stiamo cercando in quell'esperienza, è il sublime nettare dell'esperienza stessa – è un peccato non assaporarlo, visto che essa lo distilla apposta per noi ;-)
2) Risparmiando e rendendo più sostenibile la propria vita. Molto banalmente, se per lavoro o per altro, mi servono delle foto di me stessa/o e posso imparare a farmi dei bei selfie, invece di pagare un fotografo per uno o più servizi, la questione si fa interessante!
3) Lasciandosi andare, liberi dai condizionamenti esterni. Sì, perché sapere che c'è un preciso occhio a guardarci ha immediatamente un altrettanto preciso effetto su di noi, sulla nostra postura, sulle microespressioni e sul modo in cui ci poniamo fisicamente. A volte ci sentiamo a nostro agio, rilassati o esaltati, altre volte prevalgono disagio, stress o difficoltà, ma comunque un Altro ben definito ci influenza. Se l'Altro, invece, è indefinito, come succede quando ci si esibisce su un palcoscenico, quando si parla a una videocamera oppure davanti a un selfie, la faccenda si fa magica, perché riusciamo a lasciarci andare al punto tale da permettere che emergano dei lati di noi nuovi, sconosciuti, insondati; si creano delle condizioni che facilitano l'espressione di risorse in libertà, mentre nelle relazioni ordinarie tendono a prevalere le limitazioni.
4) Facendo una ricerca su se stessi. Io, sin dall'infanzia, ho attraversato mille complessi, disagi e difficoltà rispetto al corpo, per varie ragioni, ma la vita mi ha messo da sempre nella posizione di dovermi esibire, prima come figlia, poi come artista e in ultimo come coach. Facendo queste esperienze, mi è capitato spessissimo di meravigliarmi nello scoprire, tramite riprese, foto, video e quant'altro, lati di me che non avevo mai notato; per questo adoro essere immortalata senza sapere che sta succedendo, mentre detesto dovermi mettere in posa: perché solo nel primo caso il corpo (il lato più denso e visibile della nostra identità) lascia trapelare informazioni ben più sottili e invisibili, ed è un po' come il momento dell'arcobaleno, dura un attimo ma mostra qualcosa di stupefacente! Conoscere meglio se stessi equivale a conoscere meglio la natura umana in sé, donandoci spessore umano, consapevolezza delle sfumature e valore.
5) Osservando come immagine interiore e immagine esteriore interagiscono tra loro. Sono e saranno sempre due aspetti opposti e complementari di noi, che come due sposi danzano e si fondono, poi si allontanano e separano, in un'alchimia costante, un flusso senza fine. Noi siamo entrambe le facce della medaglia: anime eterne e impalpabili, ma anche corpi, pelli, ossa e vestiti, ed effettivamente la nostra identità non è fatta dall'una o dall'altra sfera, ma dall'intelligente commistione tra le due. Questo da un selfie può emergere perfettamente: quanto spazio diamo all'anima? troppo? troppo poco? E quanto ne diamo al corpo? Dentro è avvenuto un matrimonio tra le due metà, o prevalgono l'incomunicabilità e il conflitto?

Goditi pure il tuo selfie, quindi, e ricorda, come diceva Bill Blass, "Lo stile è soprattutto una questione d'istinto".

Ilaria Cusano


14.4.15

Con le tecniche ci fai poco, se non coltivi lo spirito giusto!

Uno degli articoli più belli che ho letto ultimamente è quello di Massimo Bandinelli (Business e Life Coach), dal titolo Coaching: i talenti nascosti e che “si nascondono”; mi sono emozionata, mi sono venuti gli occhi lucidi, ma soprattutto ho ricordato.
Ho ricordato l'essenza del successo, la base della vera realizzazione e l'origine della fortuna, quel misterioso ingrediente che, di fatto, porta solo alcuni alla concretizzazione delle proprie idee, e non tutti.
Ho ricordato il mio punto di partenza, il giorno della mia visione (circa 10 anni fa), così fortemente impresso nella mia memoria, e così presente nelle ultime settimane, come una stella cometa che mi guida.
Ho ricordato una verità che già conosco da tempo, ma che in questa società attuale, dove ciò che impera e invade è la tecnica, spesso, purtroppo, il rischio di dimenticarla è estremo.
Con le tecniche non ci facciamo niente, se non coltiviamo il giusto spirito!

Già, perché è esattamente questo l'ingrediente segreto, che fin troppe persone trascurano, pagando un caro prezzo per la propria superficialità. Molti si limitano a parlare di passione, di istinto, di visione e di missione, ed è tutto assolutamente vero; solo, da una parte si omette l'intensa spiritualità da cui tutto ciò emana (perché, ahimé, parlare di spiritualità non fa tendenza), e dall'altra se ne tralascia la profondità, precludendosi la possibilità di cogliere un fatto ben preciso: quegli occhi che brillano a cui si riferisce Massimo Bandinelli, quegli occhi lì, che si vedono solo in chi ha risvegliato dentro di sé il proprio talento, non sono gli occhi dei furbi, degli scaltri, degli intelligenti o degli opportunisti. Sono prima di tutto gli occhi di chi lavora con spirito, di coloro che coltivano il giusto atteggiamento intimo rispetto alla carriera, che non è fatto solo di obiettivi, profitti e fatturati, né solo di mantenere figli, ingrandire case o poter scegliere una macchina più potente della precedente. Quella luce negli occhi, prima di tutto, dice “io vedo quanto ancora più bello può essere questo mondo”, “io vedo quanta nuova ricchezza possiamo creare in questa società”, “io so che questa è la mia strada, e che questo talento che mi porto dentro non è soltanto mio; è un valore talmente brillante che sarebbe un peccato non condividerlo, non metterlo al servizio di un progetto comune”.

Lo spirito a cui mi riferisco non ha niente a che fare con la religiosità, e non si limita alla carriera; è la consapevolezza, che purtroppo ancora solo poche persone hanno, del fatto che è importante dare un senso alla propria vita e azione, costruire un significato dove tutte le varie sfere si integrino tra loro (passioni, valori, famiglia, comportamenti, carriera, e via dicendo), prendendo prima la forma di un'intuizione e di una visione, e poi quella di un progetto di vita.
Una carriera che si inserisce in una rete di senso così salda e ricca di connessioni non può fallire; può attraversare difficoltà, crisi e momenti bui, ma ognuno di essi non farà altro che rinvigorire ulteriormente quella luce che brilla negli occhi, perché c'è una potenza sotto, una vitalità, che trascende il livello prettamente umano e individuale.
Partorire un progetto e crescerlo nel tempo è un po' come fare dei figli, nutrirli, educarli, indirizzarli, e aiutarli a sbocciare: il potere che si mette in campo è tanto intenso perché è ancestrale, è misterioso e soprattutto non è solo potere, è potere misto ad amore. Un mix infallibile, basta osservare la storia per coglierlo.

Ilaria Cusano



9.4.15

Chi sono

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17.2.15

S-Coaching®

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