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18.6.15

Sei certa di saper negoziare?

Foto by www.vidiskribi.it
Che differenza c'è tra giungere a un compromesso e negoziare? È fondamentale, perché uno porta all'infelicità e l'altro alla felicità; vediamo come.
Immagina uno scenario lineare – è questo che si adatta di più al tema del compromesso: a un'estremità della linea ci sei tu o il tuo gruppo, e all'estremità opposta c'è l'altro o il suo gruppo. Vi trovate in due punti diversi della linea perché avete delle posizioni differenti: tu sei fautrice di una soluzione e l'altro ne propone una lontana o addirittura opposta. Giungere a un compromesso significa spostarsi esattamente su questa linea, per avvicinarsi; il che, a sua volta, vuol dire che ognuno lascia la propria posizione originaria per andare incontro all'altro, fermandosi dove il gioco di forze stabilisce il punto d'arrivo. Comprendersi, in questo caso, non è necessario, nè previsto; bisogna solo rintracciare la linea di collegamento e la direzione verso cui muoversi per ridurre le distanze.
Nella negoziazione la faccenda è diversa: lo scenario non è affatto lineare, somiglia più a un'immensa rete, in cui le connessioni tra i vari puntini (due dei quali rappresentano la tua posizione e quella dell'altro) possono avvenire tramite molti percorsi, non uno soltanto. Qui sono essenziali empatia, comunicazione e comprensione, oltre che disponibilità a spostarsi, poiché si tratta di creare, proprio attraverso il riconoscimento delle ragioni e dei bisogni propri e dell'altro, un nuovo movimento, giungendo in un luogo indefinito della rete, dove esiste una terza soluzione che va benissimo a entrambe le parti. È alquanto improbabile che tale zona di arrivo sia a metà strada tra le due di partenza; solitamente va a collocarsi in un'altra area dello spazio, più o meno vicino all'una o all'altra posizione iniziale – questo non è importante. Ciò che conta è che si tratta di un luogo dove si arriva insieme, attraverso la comprensione reciproca delle motivazioni ed esigenze, e con il concreto e manifesto rispetto verso le scelte e le priorità dell'altro.

Cosa serve, quindi, per riuscire a negoziare?

Una serie di risorse interiori, competenze psicologiche, relazionali e spirituali di cui si può disporre o che, all'occorrenza, possono anche essere apprese ed esercitate:
1) uno spirito egualitario di base, che rende fermamente convinti del fatto che nessuno è più intelligente, più in diritto o più importante di nessun altro;
2) la pazienza, perchè un processo volto alla negoziazione può essere assai più lungo di uno volto al compromesso, anche se, a lungo andare, i suoi risultati si rivelano più stabili e duraturi;
3) l'abilità a comunicare: per negoziare con efficacia non basta intuire, capire in grandi linee, afferrare i concetti, bisogna saper andare in profondità, soffermarsi sui dettagli, fare brainstorming insieme, analizzare tutte le sfumature, fino a disegnare una decisione comune che somigli a una vera e propria opera d'arte!
4) La perla: la disponibilità a lasciarsi trasformare dalla relazione interpersonale. Già, perché quando si accetta di fare questa danza assieme all'altro, anche se l'obiettivo di partenza è solo giungere a una decisione comune per poter fare qualcosa di concreto, alla fine della coreografia ci si scopre come delle persone un po' nuove, che esplorando un territorio diverso (l'altro) ricevono lo stesso effetto che si prova facendo un viaggio, e questo è esattamente ciò che, a livello esistenziale, dona grande valore umano alla negoziazione.

Perché compromesso = infelicità e negoziazione = felicità

Nessuno, sostanzialmente, vuole solo prendere una decisione e fare qualcosa; tutti, invece, usiamo questi mezzi per realizzare il fine ultimo della vita che è essere felici. I processi e le decisioni hanno un senso nella misura in cui ci avvicinano a questo obiettivo.
Detto ciò, se io sono costretta, per una pressione interna o esterna, a spostarmi dalla mia posizione, abbandonando i miei punti di vista e bisogni, rinunciando a una parte della mia identità, senza essere compresa e senza comprendere neppure ciò verso cui mi sto muovendo, come faccio a essere soddisfatta? Siamo esseri umani, abbiamo un'anima, una coscienza, un'intelligenza; nessuno è felice di essere una mucca che deve solo fare il latte, questo non basta, soprattutto al giorno d'oggi.
La questione è ben diversa se, assieme al raggiungimento dell'obiettivo, per me è previsto un viaggio, un'avventura in un nuovo mondo, la scoperta di prospettive e possibilità diverse, nonché il profondo piacere che dà l'ascoltare e l'affermarsi in un clima di empatia, l'ispirarsi e lo stimolarsi a vicenda, il rendersi utile e il trovare che, anche dall'altra parte, c'è una persona che vuole fare lo stesso con noi. Questo nutre profondamente, oltre a consentire di raggiungere un obiettivo – e non è un caso che il risultato che si produce in questo modo è più stabile e durevole di quello possibile tramite il compromesso: quest'ultimo, infatti, a lungo andare inevitabilmente genera insoddisfazione, frustrazione e rancore, mentre la negoziazione dona vitalità, unione e reciproco riconoscimento.


14.4.15

Con le tecniche ci fai poco, se non coltivi lo spirito giusto!

Uno degli articoli più belli che ho letto ultimamente è quello di Massimo Bandinelli (Business e Life Coach), dal titolo Coaching: i talenti nascosti e che “si nascondono”; mi sono emozionata, mi sono venuti gli occhi lucidi, ma soprattutto ho ricordato.
Ho ricordato l'essenza del successo, la base della vera realizzazione e l'origine della fortuna, quel misterioso ingrediente che, di fatto, porta solo alcuni alla concretizzazione delle proprie idee, e non tutti.
Ho ricordato il mio punto di partenza, il giorno della mia visione (circa 10 anni fa), così fortemente impresso nella mia memoria, e così presente nelle ultime settimane, come una stella cometa che mi guida.
Ho ricordato una verità che già conosco da tempo, ma che in questa società attuale, dove ciò che impera e invade è la tecnica, spesso, purtroppo, il rischio di dimenticarla è estremo.
Con le tecniche non ci facciamo niente, se non coltiviamo il giusto spirito!

Già, perché è esattamente questo l'ingrediente segreto, che fin troppe persone trascurano, pagando un caro prezzo per la propria superficialità. Molti si limitano a parlare di passione, di istinto, di visione e di missione, ed è tutto assolutamente vero; solo, da una parte si omette l'intensa spiritualità da cui tutto ciò emana (perché, ahimé, parlare di spiritualità non fa tendenza), e dall'altra se ne tralascia la profondità, precludendosi la possibilità di cogliere un fatto ben preciso: quegli occhi che brillano a cui si riferisce Massimo Bandinelli, quegli occhi lì, che si vedono solo in chi ha risvegliato dentro di sé il proprio talento, non sono gli occhi dei furbi, degli scaltri, degli intelligenti o degli opportunisti. Sono prima di tutto gli occhi di chi lavora con spirito, di coloro che coltivano il giusto atteggiamento intimo rispetto alla carriera, che non è fatto solo di obiettivi, profitti e fatturati, né solo di mantenere figli, ingrandire case o poter scegliere una macchina più potente della precedente. Quella luce negli occhi, prima di tutto, dice “io vedo quanto ancora più bello può essere questo mondo”, “io vedo quanta nuova ricchezza possiamo creare in questa società”, “io so che questa è la mia strada, e che questo talento che mi porto dentro non è soltanto mio; è un valore talmente brillante che sarebbe un peccato non condividerlo, non metterlo al servizio di un progetto comune”.

Lo spirito a cui mi riferisco non ha niente a che fare con la religiosità, e non si limita alla carriera; è la consapevolezza, che purtroppo ancora solo poche persone hanno, del fatto che è importante dare un senso alla propria vita e azione, costruire un significato dove tutte le varie sfere si integrino tra loro (passioni, valori, famiglia, comportamenti, carriera, e via dicendo), prendendo prima la forma di un'intuizione e di una visione, e poi quella di un progetto di vita.
Una carriera che si inserisce in una rete di senso così salda e ricca di connessioni non può fallire; può attraversare difficoltà, crisi e momenti bui, ma ognuno di essi non farà altro che rinvigorire ulteriormente quella luce che brilla negli occhi, perché c'è una potenza sotto, una vitalità, che trascende il livello prettamente umano e individuale.
Partorire un progetto e crescerlo nel tempo è un po' come fare dei figli, nutrirli, educarli, indirizzarli, e aiutarli a sbocciare: il potere che si mette in campo è tanto intenso perché è ancestrale, è misterioso e soprattutto non è solo potere, è potere misto ad amore. Un mix infallibile, basta osservare la storia per coglierlo.

Ilaria Cusano



29.3.15

Cosa ho da offrire, di valore, alla mia comunità?

In questo particolare momento storico-sociale moltissime persone stanno rielaborando delle nuove strategie e modalità professionali, per adattarsi a dei mutamenti strutturali e culturali che obiettivamente stanno trasformando radicalmente la nostra vita quotidiana, nonché la nostra stessa concezione del lavoro. Per tanti di questi, la riflessione e il cambiamento sono partiti da una considerazione: il lavoro non c'è più, e se c'è rasenta lo sfruttamento, i guadagni sono ridicoli, mi ci rovino la salute, non riesco ad avere una vita personale, dire che i miei diritti sono calpestati è dire poco, tanto vale che mi dedico a ciò che mi piace! Perfetto, è pur sempre un punto di partenza; con scarsa coscienza di sé e del mondo che ci circonda, ma facciammo pur sempre un passo alla volta, giusto? Ok.

Deciso ciò, il che pure rappresenta una svolta epocale nella vita dell'individuo e della società, nel confronto con la realtà ci si imbatte in una circostanza ben specifica: il lavoro non deve soltanto piacere, ma deve anche funzionare, sotto una serie di punti di vista diversi contemporaneamente, e non solo in fase di partenza, ma più o meno tutti i giorni, per anni e anni! Qui tante persone si incastrano, ed entrano in un limbo in cui si rischia di rimanere per un tempo eccessivo.

Perché un'attività professionale si trasformi in una vera e propria carriera, è necessario che alla base ci siano non solo un piacere o un ideale, ma una vera e propria vocazione. Essa è un sentimento, una missione, è un vissuto assolutamente spirituale, è un richiamo dell'anima, come quello che sentono, per esempio, i monaci, i missionari, le madri e le insegnanti. Non si tratta di mero piacere infantile (c'è anche quello, ma non è la parte preponderante, e tutto sommato, talvolta può anche non esserci): è cosa sono venuto/a a fare io sul pianeta Terra. Chi non vive questo richiamo interiore, semplicemente non può costruirsi una carriera, oppure può farlo con una buona dose di sofferenza e conflittualità, e onestamente io non lo auguro a nessuno.

Posto, quindi, che numerosissime persone vivono delle resistenze pazzesche rispetto alla spritualità, qualche piccolo stimolo per delle semplici e intime riflessioni è pur sempre possibile raccoglierlo, perciò io vi pongo queste domande:
1) Qual è quel messaggio, quell'attività, quella missione che voi portate avanti al di là del lavoro, con spontaneità e naturalezza, nel corso della vostra vita quotidiana? Per esempio, vi ritrovate di continuo a dar consigli amorosi agli/alle amici/he? State sempre costruendo o riparando qualcosa? Appena avete 2 ore libere, vi mettete a guardare un bel film? Beh, sicuramente la vostra vocazione ha a che fare con questo!
2) Come ciò che esprimete, dite e fate contribuisce alla vita di chi vi sta intorno, arricchendola? Spesso neppure ce ne rendiamo conto, ma questo succede di continuo; è tristemente possibile che nessuno ce lo faccia notare, che noi stessi ci sminuiamo, ma se osserviamo bene la realtà che ci circonda, sicuramente ritroviamo il segno che noi stessi/e vi imprimiamo, migliorando la giornata a qualcuno, permettendo che esista un prodotto/servizio che facilita la vita di molte persone, o donando spunti, ispirazione e supporto a chi ne ha bisogno. La vocazione ha profondamente a che fare con il valore che solo noi possiamo portare all'interno della nostra comunità, come esseri umani unici, insostituibili e importanti.
3) Quali sono le competenze tecniche, gestionali, relazionali, psicologiche e spirituali che dovete acquisire per far sì che il vostro sentimento diventi un progetto sostenibile nel tempo? Già, perché io posso essere portatrice del valore più inestimabile che riesco a immaginare, ma se non mi metto nelle condizioni di tramutarlo in realtà, di concretizzarlo nella forma più congeniale alla società attuale, e di organizzarlo in modo tale che mi dia uno stipendo e che nel tempo possa crescere, svilupparsi e prosperare, se non mi rimbocco le maniche per rendere possibile tutto ciò, il mio sogno resterà un sogno, e la mia vocazione, ahimé, sarà stata vana, per me stesso/a e per la mia comunità – il che, naturalmente, è molto triste.

Ricordatevi: quella perla che avete nel cuore è preziosissima, e se non la portate voi nel mondo, nessun altro potrà farlo, priverete tutti del suo valore, così come priverete anche voi stessi della gioia e della ricchezza che nascono dal condividerla. Volete veramente sprecare questa opportunità?


Ilaria Cusano

Perché si parla di Vision e Mission

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